Tutto ciò che è vivo, è legato alla luce, al mare, all'estate
Dario Micacchi
L'albanese Kodra, a Milano, è di casa: a Roma, è quasi sconosciuto. Un'antologia, come quella romana, con dipinti dal 1945 e ceramiche assai belle di forme e colori, ce ne ha fatto conoscere il percorso e va detto subito che, al fondo, ciò che si gusta davvero e resta nella memoria e quella sua luce di mare giuochi felici di pesci e di uccelli e quel suono di flauto e di chitarra che viene dalle sue figure, altrettanto felici, di musici mediterranei. Che discendano, poi, dai musici arlecchini di Picasso come un pò tutta la figurazione postcubistica (dopo il periodo di Antibes) di uomini-robot che hanno trovato comunque il modo di godersi il sole, mi sembra chiaro. Kodra usa una sua maniera, un pò monotona, che schematizza sempre la figura umana con una cubatura ossessiva nella ripetizione ma piacevole nel gusto. La monotonia è riscattata talora dalla bella trasparenza della luce e da quel senso dei colori che prendono la natura e le cose umane sul mare o vicino al mare. Qualcuno ha visto nelle sue figurazioni mediterranee qualche radice bizantina. E' possibile, tanto che la sfaccettatura neocubistica della forma si adatta alla tessera di mosaico alla rigidità ionica. Ma insisto, ciò che è vivo, nella maniera di Kodra, èlegato al mare, alla sua luce, all'ora meridiana estiva. I suoi robot, in fondo, sono dei bamboloni e la loro aggregazione di massa non spaventa per nulla. Certo non sono liberi pesci e uccelli e vele gonfie di venti pacifici che sono le figure con le quali il gracile lirismo di Kodra riesce a decollare.